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Se l’ultimo giovedì di novembre in America si festeggia il giorno del ringraziamento, a Roma, i primi giorni di dicembre, si festeggia il giorno del “ringraziamento… perchè siamo gay”. Insomma, non è che sia una festività riconosciuta, ma è più che altro un party messo su dalle menti malefiche di Aggia, V, la sua fidanzata e me. Aggia mi messaggia e mi dice, con il suo solito tono che pare dire “è così e basta”, che, per la festa, non posso presentarmi senza una accompagnatore. Ora, sapendo quanto pericolose siano le lesbiche, ho apreto subito la caccia.

MANZO # 1

Con la paura negli occhi di chi sa che una lesbica lo aspetta al varco, mi sono messo subito a cercare l’ipotetico accompagnatore creando un vero e proprio casting. Giungo così al Manzo #1. Ci vediamo. “Ciao, come stai”? e “Bla bla bla”. Una parola tira l’altra e finiamo a letto. Ed, OMG, che cavolo di trasporto.

Quando, tre ore dopo, l’incontro termina, lui mi guarda e mi dice: “Oh, oh”! Cosa, “oh, oh”!, penso.

“Ti ho lasciato un segnetto sul collo”. Io mi scapicollo in bagno ed eccolo, enorme, gigante, come una contusione, quel dannato succhiotto! Che più che un succhiotto sembra che mi abbiano preso a mazzate con un idrante. “Ti conviene andare in un negozio di cosmetici”, aggiunge il vampiro. Ed io, con la testa piegata a sinistra per rendere meno visibile il bollo, me ne esco furtivo, come se avessi fatto un furto da Bulgari.

Ed ovviamente, in una città di 4 milioni di persone, incontro subito un mio amico, che deve parlarmi di lavoro. Ovviamente è sceso alla mia stessa fermata metro, dove, avrei dovuto fare un’intervista. E quindi, con registratore alla mano, e con l’altra mano sul livido, ho resistito per una ventina di minuti quando l’intervistato si ferma e mi dice:  “ma ti hanno picchiato”? E così anche a casa. Mia sorella, con faccia funerea, mi guarda: “Oddio, ma cos’è? Che malattia hai”?

Ora, è vero si che il rapporto con lei è bello che aperto, solo che raccontarle dell’incontro non mi è sembrato il caso. “Guarda”, ho detto serio, “giocavo a box con V e mi ha preso di striscio”! Lei ci ha creduto. Come abbia fatto a crederlo non si sa!  Ed ora non mi resta che continuare la ricerca del manzo accompagnatore perchè, tutti lo sanno,   è tradizione che i  vampiri vengano allontanati nel sacro giorno del “Ringraziamento… perchè siamo gay”.

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Giusto perchè non si è mai gay abbastanza, ecco il mio nuovo gay item che se la sbulleggia in camera mia. Rainbow Mirror Balls. E che lo dico a fare, è una cosa troppo kitsh, ma doveva essere mia. Che poi l’ho trovato tra gli addobbi natalizi al cinese sotto casa. In effetti la palletta arancione è in realtà bianca, ma presto la colorerò di arancio. E visto che ci sono, ho inserito nella foto qualche dettaglio della mia camera. Pare che non sia molto colorata! :)

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Ora, se non sbaglio, la luna nuova viene una volta al mese, come le mestruazioni. Questo è quello che ho pensato durante la proiezione di NEW MOON. L’ho visto qualche ora fa in anticipata stampa. Ok, lo ammetto, sono un fan della saga. Perchè è vero che parla di vampiri, ma è anche vero che in realtà il senso principale della serie è quello di creare una nuova soap dove, ogni tanto, c’è un pò di orrore. Che poi l’orrore non è tanto la presenza di vampiri e lupi mannari, quanto la faccia sfatta di Bella che è na porta sfighe come non se ne vedeva da tempo.

Insomma, tutti conoscete la storia. Bella è una popolana comune, noiosa direi. Edward è il vampiro figo. I due si innamorano, lui, però, per salvarla va via e lei strige i rapporti con Jacob, amico d’infanzia di Bella. Ora, avendo appurato che Bella porta sfiga, si scopre che Jacob è destinato a diventare un licantropo con un fisico da urlo. Malgrado il filo del racconto originale sia quello della lotta dei vampiri contro tutta una ciurma di mostri che vuole uccidere Bella, la vera storia è ben diversa. Direi che più che altro è il racconto di una sfasata che ha una missione: portarsi a letto i mostri.

E quindi c’è la questione delle mestruazioni. Edward, che neanche riesce a baciare Bella per paura di ucciderla, si trova a lottare contro la sua pulsione vampiresca, contro un licantropo gnoccolone e contro la voglia pazza di bere il sangue della ragazzina. In una scena topica la coppia si scambia un bacio e lui geme come stesse per morire perchè in realtà pensa: “mo me la magno”. Quindi, vedendo il film ho pensato che forse, Bella, non solo deve difendersi da una vampira con i capelli rossi incarognita, da una famiglia di vampiri italiani cattivissimi e dai licantopi gnocchi quanto pericolosi. Bella deve anche difendersi dalle sue mestruazioni, perchè, non volesse mai il cielo, se Edward fosse accanto a lei nei momenti di flusso intensi, nessuno a Forks saprebbe che fine potrebbe fare Bella. Insomma, quando parlavo di “porta sfighe” non dicevo cose a caso. E secondo me, il titolo NEW MOON non è proprio stato scelto per i licantropi.

Con i PINKgenitori in giro per casa non c’è molto tempo per scrivere, ma un post per rendere più colorato questo fine settimana, direi che è un obbligo! Quindi vamonos con la rubrica PINKitsh!!

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Ed eccolo, l’item kitsh più kitsh della storia del kitsh. Insomma, capisco che si amano i cani (e che i carlini sono anche bruttini), ma, c’era proprio bisogno di na borsa carlino da passeggio domenicale. Insomma, mi sto chiedendo in quale tasca ci sia il porta ombrello! La cosa bella del kitsh è che, quando pensi che il limite sia stato raggiunto, BANG, ecco proprio dietro l’angolo di quel quartiere chiccoloso una borsa tipo questa.

Buona domenica!

NovembreBis2009_002(clicca sull’immagine per vederla in HQ)

Quando arriva l’inverno non c’è nulla di paragonabile al piacere di uscire i strada con una tazza large di caffè americano. Si entra nel bar, si ordina la huge size, si aggiunge latte freddo, dolcificante e si tappa. Quando afferri, infine, il bicchiere, senti la mano tiepida, man mano sempre più calda. Poi esci dal bar e vieni travolto dal vento freddo, e lì ti senti bene. L’inverno è arrivato, ma tu non stai congelando, anche se hai dimenticato i guanti a casa, perchè hai la tua tazza di caffè americano. Devi solo passeggiare. Questa è la stagione che mi piace!

paesino

Scrivo mentre sono in viaggio da PINKville verso Roma. 10 giorni per rilassarsi dopo il periodo tormentato e pieno della sessione d’esame e della festa del cinema. 10 giorni per mangiare prima dell’inizio di un work out che dovrà farmi perdere 13-15 chili. 10 giorni prima dell’ultimo sforzo che mi porterà alla laurea ed a lasciare per un po’ l’Italia. 10 giorni per capire la vita di paese che un tempo conducevo.

Ritornare, in inverno, nel proprio paese natio, di 2000 abitanti scarsi, è un’esperienza ai limiti delle novelle di Stephen King. Tipo che, con la temperatura mai sopra i 6°, pare di essere nel Maine e sempre in procinto di scoprire qualche nuovo omicidio ad opera di un mostro psicotico e misterioso.

Ed io, in questo ambiente da bestseller, mi ci ritrovo benissimo. Metto su panza a sberle di dolci e cannelloni, tracanno birra in quantità industriali, rutto come un camionista, scoreggio talvolta in compagnia di amici e sono sempre favolosamente gay.

Si, perché, se c’è qualcosa che di Pinkville mi piace, sono i miei amici che bramano racconti e sfrociate cittadine per passare la serata. Ed io, reggendo la mi terza bottiglia di birra, sono sempre pronto ad aggiornarli sui nuovi stili e sui diversi rimorchi, trasformandomi in uno di quei cowboy di Annie Proulx.

Però, questa volta, una parte della cricca, mi ha interpellato per fare un particolare censimento. Tutti seduti al divano di un noto bar locale, il  cui nome è sempre seguito da un “Ohooooo” collettivo, io, Suor Teresa (che è un ragazzo) e Martini (che è una ragazza), sorseggiando, appunto, Martini, abbiamo stilato la lista di tutti i gay del paese. Siam rimasti impressionati dalla grande quantità di manzi omosessuati, come direbbe un vecchio pazzo del  luogo, che offre la comunità.

Insomma, se nelle grandi città a nessuno frega nulla di chi va con chi, nei piccoli paesi è un argomento molto in voga. Non per additare e deridere, ma solo per rendere ancora più tristi le ragazze del luogo che devono cercare la mezza mela tra una rosa molto ristretta di ragazzi che si dividono tra mostri, cozzari, mafiosi, decenti e quindi gay.

Ed  io che di gay a Pinkville ne so qualcosa, ho reso quella lista lunga e succulenta. A volte pensiamo tutti che nei piccoli paesi sia difficile potersi esprimere liberamente, ma quello che io ho capito da questi dieci giorni è che, sommariamente, a pochi interessa se sei gay o etero. L’importante è che si abbiano belle storie da condividere con i propri amici, che poi sia il racconto di “Pink ed il poliziotto” o quella di “Pink ed il suo lavoro”, poco importa. La normalità la si trova nei posti più impensati, come proprio in quella pizzeria piena di uomini rudi e timorati di Dio.

Sono tornato a roma. Prestissimo un nuovo post. Vi sono mancato???

XOXO

PINK

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Si, ok, ora l’1 novembre è Halloween e non la festa dei santi, o dei morti, non ricordo. E la cosa mi piace. Insomma, non deve essere  un numero in rosso sul calendario a ricordarci chi campa e chi muore. Perciò, certo di questa cosa, da quando ho 6 anni, dimostrandomi il bambino gay più avanti di Pinkville, ho sempre festeggiato Halloween con feste in maschera esclusive in casa mia. Che all’epoca, per me, erano più glamour della festa Black and White di Capote.

Però, quest’anno, mia nonna mi ha chiesto di accompagnarla al cimitero. Chiamato da tutti campo santo, il cimitero di Pinkville è un set creato da Tim Burton: fuori il paese, raggiungibile con una sola strada distrutta, sempre avvolto nella nebbia ed isolato da tutto. Un cimitero perfetto.

Lì, con al braccio la super nonna ho scoperto alcune cose interessanti.

  1. Che il cimitero è un luogo popolatissimo a novembre. Mia nonna non ha mai incotrato tante persone che conosce in vita sua, quanto quelle dell’1 al cimitero.
  2. Che se porti una cosa al cimitero, non la puoi portare più a casa. La nonna ha portato un pacco intero di fiammiferi per accendere le candele. Prima di andare via l’ha buttato: “No no. Non s portn ndret i kos do camb sand” (No no. Non si portano a casa le cose portate al cimitero). E visto che ho acceso una candela con l’accendino mio, avrei dovuto buttarlo prima di portarlo con me?
  3. Che il gossip di paese non si ferma dinnanzi alle lapidi, anzi, ogni foto fa venire in mente a tutti avvenimenti sconci e talvolta allegri del cadavere.
  4. Che molte vecchiette sono ladre, e quindi non si lasciano mai scopette e scale incustodite perchè, altrimenti, le rubano. Furba mia nonna che la sua cripta privata la chiude a chiave e quando qualcuno le chiede di aprirla lei risponde: “Non t pruccpann, d fior ng n so por assaj”. (Non ti preoccupare che di fiori ce ne sono anche troppi).
  5. Che le donne non pregano. La loro preghiera è la dedizione nella cura della lapide, nel portare sempre fiori freschi. Perchè in quel modo possono continuare ad essere le mogli perfetto, con una casa sempre pulita ed in ordine. Questa è la loro preghiera.

E tornando a casa, ho visto il cimitero come un luogo diverso, un luogo di dedizione, triste ma non macabro, in cui puoi sorridere e ricordare. Un luogo romantico e bello da vedere. Il posto meno spaventoso della terra.

Come ogni anno, di questo periodo, avviene il debutto il società di PINK. Certo, l’estate non la passo negli Hamptons a battoneggiare con le stesse persone che incontro durante l’anno a Roma, ma il mio anno nella Capitale comincia sempre con la prima a teatro al Sistina. L’anno scorso fu per Hairspray, mentre quest’anno è stata la volta di Cats.

Vestito con l’abituale tranch nero sopra una t-shirt verde marcio, per strada parevo un maniaco pronto a lanciarsi sulla prima ragazza in mini con l’accento straniero. Dentro di me, invece, mi sono sentito sempre più fashion killer, badate bene, non victim. Arrivato a teatro un po’ prima, ho beccato Enzo Paolo Turchi e Carmen Russo che, arrivati in anticipo anche loro, per non perdersi tutte le telecamere del mondo, si sono fermati nella loro Smart proprio davanti al teatro, in attesa delle troupe di canale 5. E puntuali come le signore nelle sale da tè londinesi, arrivate le telecamere, i due sono scesi dalla macchina sorridendo. E quindi anche io, sorridendo, con al braccio la favolosa Secchiona, ho preso il mio posto in platea.

Nella folla, tra gli altri, Gerrison, Lele del medico in famiglia (che nessuno lo riconosce con il nome di Giulio Scarpati), il maestro Mazza (sempre presente), una valangata di vecchie al botox, e lui, il Pippo nazionale, uno spilungone con la stempiatura più famosa della TV. Poi, fortunatamente, le luci si sono abbassate, evitandoci la vista di altre mandrie di vecchie dall’età sconosciuta, tutte traballanti sui tacchi e strizzate in vestiti creati per le ragazzine.

La magia è cominciata e Cats ci ha fatto sognare, in modo molto molto particolare. Perché, chiariamolo subito, questo musical è una storia di gatti che parlano della loro vita da gatti, scodinzolando come i gatti e miagolando come… i gatti. Non è che ci sia una storia, ma tu rimani lì a sentirli, a vederli salterellare, aspettando con ansia che parta l’attacco di Memory. E quando Memory comincia, anche se nella versione italiana, tutta la platea sospira e canticchia.

Un musical romantico per un debutto in società che insegna che “i gatti non sono cani”, e che noi, forse, siamo anche un po’ felini: solitari, fastidiosi, allegri e con una vergogna matta di cantare i nostri sentimenti!

Informazione di servizio:

Domani parto per PINKVILLE e ci rimarrò una decina di giorni. Con ritorno fissato per il 9, cercherò di essere presente da quel posto minuto e sperduto per raccontarvi della vita di paese, e dei gossip che a PINKVILLE mai sono mancati!

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Il Natale, diceva una pubblicità, quando arriva arriva. Ed io, come la metà dei gay, come gli ultimi romantici e come le casalinghe americane, il Natale lo aspetto con ansia, allegria e frivolezza. Però, quantomeno, lo attendo con una tempistica quasi normale. Che a metà novembre comincio a pensare all’albero ed ai festeggiamenti, ma tutto intorno a me, come diceva quell’altra pubblicità, il Natale sta già arrivando.

Qualche giorno fa ero in un negozio di casalinghi a cercare una teglia per i Muffins e, proprio tra il reparto pentole e quello dei piatti di plastica eccolo lì, il corner natalizio. Ho guardato, tanto per esserne certo, il cellulare. Ebbene, era davvero la metà di ottobre. La metà di ottobre ed in vendita c’era la completa serie dei presepi, le lucine, gli alberi ed i vestiti da Babbo.

Ero scosso. Io, proiettato tutto verso Halloween, mi sono trovato nel mondo dei Chi in Chissà dove diviso tra l’idea di trovare una zucca arancione o appendere il calendario dell’avvento. Che poi io sto pensando ai regali di Natale da agosto, scrivendo le idee in un sms di bozze, ma comprare il cappello rosso ora, forse, mi pare troppo eccessivo. Essere avanti è un conto, ma organizzare le feste con tre mesi d’anticipo mi pare davvero troppo. Dovremmo cominciare già a pensare alle colombe ed alle uova di Pasqua.

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